lehman Tre fratelli.  Il testo di Stefano Massini racconta dei tre fratelli Lehman, di origine ebrea che nell’800 lasciarono la Germania per raggiungere l’Alabama << in 45 giorni di su e giù fra branda cuccetta e ponte, ponte cuccetta e branda >>; erano commercianti di tessuti, ma diventarono presto intermediari presso i produttori di cotone, poi intermediari coi produttori di jeans e pian piano, allargando i loro commerci, arrivarono a finanziare le prime tratte ferroviarie e coi profitti  fondarono la prima Banca dell’Alabama.

<< L’America sembrava più che altro un carillon:

per ogni finestra che si apriva

ce n’era una che si chiudeva; >>

Si racconta poi dell’entrata nella borsa valori di Wall Street, il subentro degli eredi, fino ad arrivare alle vicissitudini storiche delle due guerre mondiali, e come superarono la crisi del 1929, da cui l’impero dei Lehman risorse! ma che non poté salvarsi dall’immensa bolla speculativa che avevano creato agli inizi degli anni 2000.

<< l’America vera

fu né più né meno che un circo delle pulci

per nulla imponente

anzi, semmai, buffa. >>

Un’opera letteraria e teatrale che, a mio giudizio, col tempo diverrà un’opera in grado di raccontare ai suoi lettori e pubblico una saga famigliare che ha attraversato 2 secoli di storia americana e ha sconvolto il resto del mondo appena pochi anni or sono, lasciando molte cicatrici nel tessuto sociale ed economico che noi stessi oggi viviamo.

Il capolavoro ronconiano.  Il complesso tessuto di vicende, storiche ed economiche, Massini riesce a dipanarlo agli occhi del lettore descrivendo, con il linguaggio del parlato e della narrazione dei personaggi stessi, la personalità semplice e comune dei tre fratelli; questa stesura è stata poi adattata per il Piccolo Teatro di Milano da Luca Ronconi che ci ha lasciato in Lehman Trilogy l’ultimo spettacolo, prima della sua dipartita.

Personalmente fino a 5 / 6 anni fa non ero un grande estimatore di Luca Ronconi: a lui preferivo registi un po’ più d’avanguardia, anche se di secondo piano, e meno abituati ai clamori del pubblico d’elite e della critica buonista.

Penso che questo mio astio verso il regista, fosse dovuto al fatto che non amo molto gli artisti che, raggiunta la celebrità, a un certo punto smettono di essere scomodi e provocatori verso il sistema o verso il loro stesso pubblico.

Difatti dopo i 5 costosissimi spettacoli alle Olimpiadi di Torino 2006 non mi sono più interessato ai suoi lavori.

E’ stato l’incontro con una sua ex allieva (G.C.), e oggi mia carissima amica, che mi ha trasmesso alcune peculiarità del teatro ronconiano, che non avevo mai notato prima e di cui profondamente mi dolgo e, con questa mia, oggi faccio ammenda.

Ho poi avuto modo di conoscere due attori che con Ronconi hanno lavorato, Fabrizio Gifuni e Massimo Popolizio, e ho intuito che in queste due grandi personalità sceniche c’era una forte impronta artistica di Luca Ronconi.

E’ per questo che quando l’anno scorso il regista ha partorito la Lehman Trilogy, a cui partecipavano appunto Gifuni e Popolizio, ne sono rimasto profondamente estasiato; inoltre nel cast si sono distinti magistralmente i coprotagonisti De Francovich, Pierobon e Falco.

Cosa ci ha lasciato?  Sia lo spettacolo che l’opera letteraria sono intrise di poesia e umanità: il racconto della fatica, la dedizione, la fede, l’unità di tre fratelli che si aiutano l’un l’altro per superare le difficoltà; poi l’ascesa e la ricchezza, fino ad arrivare al ricambio generazionale e, attraverso alcune scelte scellerate dell’economia dei nostri giorni, allo sgretolamento di un impero colossale.

Un ponte temporale lungo 160 anni di storia che non può non interrogarci sull’etica e sul sentimento di umanità che manca all’economia di oggi.

<< Ok, Henry Lehman:

welcome in America.

And good luck! >>

E mise il timbro:

11 settembre 1844 >>